Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione permette di fare il punto sulla giurisprudenza relativa alla quesitone legata all’utilizzo di internet e dei social sul uogo di lavoro, per finalità estranee al rapporto.

Secondo un orientamento favorevole al datore (Tribunale di Brescia, confermato dalla CDA), sarebbe legittimo il licenziamento di una impiegata part time che, nell’arco di soli 18 mesi, aveva effettuato circa 6.000 accessi ad internet estranei all’ambito lavorativo di cui almeno 4.500 circa sul suo profilo personale Facebook.

Già in passato, però,  il Tribunale di Milano aveva stabilito che “il comportamento del lavoratore che si connette a internet lungamente durante l’orario di lavoro e per un lungo periodo di tempo, qualora non dipenda da necessità lavorative, legittima il licenziamento per giusta causa, integrando tale comportamento un rilevante inadempimento degli obblighi contrattuali”

Diversamente invece il Tribunale di Firenze ha ritenuto illegittimo il licenziamento irrogato nei confronti di un dipendente che su 163 giorni nei quali ha effettuato almeno un collegamento a internet in orario di lavoro, ha dedicato a tale attività mediamente circa 56 minuti giornalieri (Trib. Firenze 7 gennaio 2008, n. 1218). Da precisare che il licenziamento è stato annullato anche sul presupposto che il datore di lavoro aveva sempre consentito un accesso alla rete internet per motivi extra lavorativi, sia pure nei limiti della ragionevolezza.

Orbene la Corte di Cassazione, con la sentenza n.3133/2019, ha confermato la legittimità del licenziamento disciplinare irrogato alla dipendente che, in 18 mesi, durante l’orario di lavoro aveva effettuato circa 6.000 accessi sui social network (di cui 4.500 sul solo facebook), sottolineando che tale comportamento equivale a vero e proprio assenteismo virtuale, ossia di un comportamento fraudolento del lavoratore inteso a fuorviare il datore di lavoro che non sempre è in grado di controllare se il suo dipendente si collega ad internet per motivi di lavoro o per altro.

La Corte, inoltre, ha dato piena idoneità probatoria della cronologia web, sulla base della ampia motivazione del giudice del merito sul punto, sulla mancata contestazione da parte della ex dipendente, nonchè sul  fatto che gli accessi alla pagina personale Facebook richiedono una password, con la conseguenza che non devono nutrirsi dubbi sulla riferibilità di essi alla ex dipendente

Avv. Marco Bini

 

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